L’occasione offerta dal SanSeverinoLAB per immaginare un nuovo rapporto tra ricerca, comunità e sviluppo locale.
Può un territorio diventare università?
La domanda può sembrare insolita. Eppure è probabilmente la più importante che Mercato San Severino dovrebbe porsi dopo l’inaugurazione del SanSeverinoLAB, avvenuta venerdì 26 giugno.
Erano presenti le Autorità cittadine, il Rettore dell’Università di Salerno, la Soprintendente e tre Direttori di Dipartimento. In sala poche persone, nessun programma distribuito, nessuna conferenza stampa: solo il taglio del nastro nei locali destinati a ospitare il progetto. Su uno scaffale, di fianco ad altri reperti, un cranio umano — presumibilmente proveniente da scavi locali — esposto senza pannelli, senza didascalie, senza contestualizzazione. Un’immagine difficile da ignorare, che racconta meglio di molte parole il carattere embrionale dell’iniziativa.
Su sollecitazione del pubblico, la responsabile scientifica, Rosa Fiorillo, ha spiegato che il progetto intende far conoscere ai cittadini ciò che l’università svolge sul territorio.
È un punto di partenza. Forse non ancora un progetto compiuto. Ma è il momento giusto per chiedersi cosa potrebbe diventare e quale dovrebbe essere la sua vera ambizione.

Un patrimonio già presente
Mercato San Severino non parte da zero. Il Castello dei Sanseverino, il sito archeologico di San Marco a Rota con la sua villa romana e la chiesa paleocristiana, un sistema di frazioni storiche ancora integre, i sentieri, le scuole, le associazioni, gli archivi, le aziende agricole. E a pochi chilometri, una delle principali università del Mezzogiorno. Queste risorse esistono già. La vera infrastruttura che manca non è un’altra risorsa da aggiungere: è la relazione stabile tra quelle che ci sono.
Dal laboratorio all’infrastruttura
La responsabile scientifica del SanSeverinoLAB ha parlato di progetto transdisciplinare, del coinvolgimento di più dipartimenti, delle scuole e della comunità. È una base solida. Ma è necessario compiere un salto di scala.
Uno spazio di lavoro svolge attività.
Un’infrastruttura continua ad attrarre attività anche quando cambiano professori, amministrazioni, finanziamenti e progetti.
È questa capacità di rigenerarsi nel tempo che distingue le esperienze più riuscite della terza missione universitaria. Non la qualità del singolo evento, ma la capacità di fare del territorio un luogo permanente di produzione della conoscenza.
L’ambizione del SanSeverinoLAB non dovrebbe limitarsi all’apertura di uno spazio di lavoro. Dovrebbe essere la costruzione di una vera infrastruttura della conoscenza: un luogo capace di attrarre ogni anno ricerca, didattica, sperimentazione, tesi di laurea, dottorati, summer school, tirocini, citizen science e progettazione europea.
Non un calendario di iniziative.
Un motore permanente di produzione culturale.
Una vera infrastruttura della conoscenza non appartiene esclusivamente all’università né al Comune. Appartiene al territorio. È il luogo dove istituzioni, ricerca, scuola, imprese, associazioni e cittadini lavorano insieme su problemi reali, producendo conoscenza utile e risultati condivisi.
In questa prospettiva, il SanSeverinoLAB potrebbe ambire a diventare un vero Hub della Terza Missione dell’Università di Salerno: una piattaforma permanente nella quale dipartimenti diversi trovano nel territorio il proprio campo di applicazione, mettendo in relazione ricerca, formazione, innovazione e sviluppo locale. Un’infrastruttura capace di attrarre competenze, progettualità e collaborazioni nel tempo.
Il territorio come produttore di conoscenza
Non basta portare l’università sul territorio.
Il territorio deve diventare università.
Significa che Mercato San Severino non è il destinatario della conoscenza prodotta altrove, ma il luogo dove quella conoscenza nasce, viene sperimentata e lascia risultati concreti.
Ogni progetto dovrebbe produrre un’eredità permanente: un archivio digitale accessibile, una carta aggiornata, un sentiero recuperato, uno spazio stabile nelle scuole, strumenti di citizen science, banche dati pubbliche, percorsi di valorizzazione. Non soltanto pubblicazioni scientifiche. Risultati che i cittadini possano utilizzare, migliorare e tramandare.
Le scuole, in questa visione, non rappresentano il pubblico delle attività universitarie. Diventano parte integrante della ricerca. Gli studenti possono contribuire ogni anno alla mappatura dei sentieri, alla raccolta della memoria orale, alla costruzione di archivi fotografici, al monitoraggio della biodiversità, alla produzione di modelli digitali e alla comunicazione del patrimonio.
Non visitano il laboratorio.
Sono il laboratorio.
L’intero territorio…
La sede operativa è il punto di partenza. Il laboratorio deve essere Mercato San Severino.
Come si misura il successo
Il problema italiano non è inaugurare. È mantenere.
Il successo del SanSeverinoLAB non si misurerà dal numero degli eventi né dalla qualità delle intenzioni. Si misurerà da tre cose concrete: quante tesi di laurea saranno dedicate a questo territorio tra cinque anni, quante scuole saranno coinvolte in modo stabile, quanti risultati — archivi, carte, percorsi, strumenti digitali — saranno rimasti alla comunità e non solo alle pubblicazioni scientifiche.
Questo richiede che qualcuno si assuma la responsabilità di misurarlo davvero. L’università non può farlo da sola: la terza missione non ha gambe se il territorio non la reclama. Il Comune non può delegare all’università la strategia culturale di lungo periodo. Serve un soggetto terzo — un comitato, un tavolo permanente, una figura di raccordo — che tenga insieme i due mondi e chieda conto dei risultati ogni anno, non solo all’inaugurazione.
Se questo soggetto non nasce, il SanSeverinoLAB resterà uno spazio che organizza eventi. Se nasce, Mercato San Severino avrà fatto qualcosa di raro: trasformare un’occasione in un’infrastruttura.
La scelta è ancora aperta. Ma non lo sarà per sempre.
Una scelta strategica per il futuro
Questo ragionamento va oltre il SanSeverinoLAB. Riguarda la strategia di lungo periodo di Mercato San Severino.
Un territorio che ospita iniziative universitarie resta un territorio che riceve.
Un territorio che diventa piattaforma permanente di produzione della conoscenza, della formazione, dell’innovazione e della partecipazione civica genera invece valore autonomamente, indipendentemente dai finanziamenti del momento, dai singoli progetti europei o dagli avvicendamenti politici.
Mercato San Severino possiede già tutto ciò che serve. La sfida prima che attirare nuove risorse, è mettere finalmente in relazione quelle che esistono.
Perché i territori più innovativi non sono quelli che ospitano l’università.
Sono quelli che imparano a diventarla.




