Feste patronali e identità locale: oltre la “cultura dei botti” verso una valorizzazione etnoantropologica
Nelle ultime settimane, chiunque abbia frequentato la Valle dell’Irno ha potuto assistere a un fenomeno sociologico affascinante quanto estenuante: una serie ininterrotta di festeggiamenti dove la fede, la cultura e il raccoglimento sono stati letteralmente sotterrati da tonnellate di polvere da sparo. Un’orgia di botti e deflagrazioni che ha trasformato le nostre serate estive in un corso accelerato di sopravvivenza bellica, con buona pace di Sant’Anna, Sant’Antonio, San Rocco e di qualunque altro Santo avesse la sventura di essere il festeggiato di turno.
Attribuire la patente di “tradizione da preservare” al semplice far casino è una pigrizia mentale che la società contemporanea continua a portarsi dietro da secoli oramai andati.
La retorica del boato contro la cultura locale
I fuochi d’artificio rumorosi appartengono a un’epoca tramontata, ormai passata. Oggi, quel rumore cieco non trasmette alcun elemento culturale, non educa le nuove generazioni e non valorizza l’identità di un luogo. È solo inquinamento acustico camuffato da folklore.
Perché continuare a spendere cifre capienti per qualche minuto di boati indistinti quando il programma civile potrebbe – e dovrebbe – basarsi sulla valorizzazione etnoantropologica del territorio?
Allora proviamo a riscoprire le radici attraverso canti di tradizione orale, teatro sacro di strada, mostre sull’artigianato e sulla gastronomia rituale.
Prepariamo intrattenimenti moderni ed ecologici con spettacoli di droni luminosi in grado di disegnare la storia del Santo o della città nel cielo.
Se proprio non si può rinunciare alla luce nel cielo, incentiviamo i fuochi d’artificio coreografici e privi di deflagrazioni acustiche, che offrono la stessa magia visiva, nel pieno rispetto degli animali.
I Sindaci hanno il dovere di tutelare ambiente e animali
Sostenere questo cambio di rotta non è solo un auspicabile salto culturale, ma una vera e propria responsabilità amministrativa. I sindaci della Valle dell’Irno, e non solo, hanno l’obbligo e il dovere , anche morale, di intervenire con ordinanze stringenti e controlli reali.
Oltre all’impatto ambientale legato ai residui tossici della polvere da sparo, la “cultura del botto” produce un terrore cieco negli animali domestici e selvatici, provocando smarrimenti, ferimenti e, tragicamente, numerose morti per arresto cardiaco o impatto da fuga.
Continuare a confondere la solennità di una festa con il frastuono di una polveriera non è rispetto per le tradizioni: è solo mancanza di immaginazione.
Restituire alle feste patronali la loro veste etnoantropologica, civile e rispettosa dell’ambiente non toglierà nulla alla devozione, ma restituirà finalmente alla comunità un motivo valido per scendere in piazza.
Intanto, dopo aver letto questo articolo senza la giusta riflessione personale che dovrebbe contraddistinguere l’Homo sapiens, aspettiamo con ansia i bombardamenti di Capodanno, con quel tocco di menefreghismo che ci contraddistingue!





