Battezzo questo nuovo spazio culturale con un intervento a viso aperto sull’attuale situazione del complesso fortificato di Mercato San Severino, un simbolo appartenente non tanto alle persone, ma all’anima della città.
La posa di cancelli che sbarrano il libero accesso alla cultura, specialmente ai residenti, dimostra la perversa tendenza della politica locale a voler privatizzare il monumento, calpestando i diritti della popolazione.
Prima di esaminare i danni subiti dalla struttura castrale, vittima di interventi più che invasivi, conviene capire perché quelle sporche barriere rappresentino l’emblema del declino gestionale del territorio.
Nella contorta strategia dei nostri “lungimiranti” amministratori, il diniego del transito ai propri concittadini – come ad esempio un padre desideroso di raccontare al figlio le testimonianze del passato – sembrerebbe volto a traghettare la collettività verso un isolamento intellettuale di carattere storiografico.
In parole povere, si vorrebbe abituare la comunità a restare lontana dalla propria rocca e dalla propria memoria, impedendone l’ingresso autonomo.
In questo modo si spera di generare disaffezione, azzerando ogni protesta su una futura e confusa cessione a vantaggio di qualche speculatore senza scrupoli, pronto a usare il maniero come puro mezzo di guadagno, privandolo di quell’identità cittadina e destinandovi una percentuale minima dei potenziali profitti generati.
Passando all’analisi tecnica dei guasti apportati al bene vincolato, basta osservare i perni degli infissi metallici conficcati direttamente nella pietra del manufatto originario.
La stessa superficialità ha guidato altresì l’installazione dell’impianto elettrico, delle telecamere e delle condutture per i cavidotti della luce: opere eseguite sfregiando la stratigrafia e perforando le mura di diversi ambienti archeologici.
Altrettanto grave appare la colata di calcestruzzo cementizio, rafforzato con rete elettrosaldata, alla stregua della manutenzione ordinaria di un qualunque condominio di periferia.
Ricordo inoltre i resti dei due vecchi impianti di illuminazione, ormai abbandonati lì da anni, che trasformano la zona monumentale in una discarica a cielo aperto.
Tutto ciò costituisce un precedente gravissimo, poiché tali interventi sono stati eseguiti in aperta violazione delle norme vigenti nella zona.
È allora inaccettabile che nel tempo si sia proceduto in questo modo senza che i diversi attori coinvolti, e non, abbiano mai alzato la voce contro simili “stupri architettonici”.
Purtroppo, molti pseudo difensori culturali si sono dimostrati protettori del Patrimonio solamente a parole, dileguandosi quando poi la Storia ha chiesto il loro aiuto.
Questi soggetti li potremmo classificare come puri opportunisti, o paragonarli agli ignavi di dantesca memoria.
Ripongo allora le speranze di un etico riscatto, contro codesti dirigenti distruttori delle nostre radici, nella fiera reazione dei miei compaesani sanseverinesi.
A loro, facendo mio il monito che Ugo Foscolo lanciò ai suoi contemporanei nel gennaio del 1809, rivolgo il medesimo, potente appello:
«O Sanseverinesi, io vi esorto alle storie!»
Michele Cerrato






